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PARANORMAL ACTIVITY E LE PAURE
DI STEVEN SPIELBERG
di Silvia Martelli
Il fenomeno horror low-budget proveniente dagli USA è arrivato nelle sale abruzzesi il 5 febbraio con l’etichetta over 16. Si dice che il regista israeliano Oren Peli, che lo girò nel 2007, sia stato molto fortunato. Si, perché il film horror più controverso di questa stagione pare sia iniziato con alcuni inspiegabili rumori nella notte, nel 2003, quando lo stesso regista, un esperto informatico, e la sua ragazza si erano appena trasferiti nel nuovo appartamento nei dintorni di San Diego. Da lì, l’idea di piazzare delle telecamere in giro per casa e quella di girare un film, con un ragazzo e una ragazza selezionati tra quelli che avevano risposto ad un semplice annuncio sul giornale: “Cercasi una coppia di attori sconosciuti, capaci di improvvisare e disposti a lavorare di notte senza sapere quello che succede sul set”. Immaginate la trama? Una giovane coppia sospetta che la propria casa sia infestata da uno spirito malvagio; decide così di installare fra le mura domestiche un impianto di videosorveglianza che possa riprendere 24 ore su 24 quel che avviene nella casa mentre i due stanno dormendo. Questi video di sorveglianza, ridotti ad un montaggio di 99 minuti, costituiscono il film. Nulla di eccezionale, così come il costo dell’impresa: 11.000 dollari. Ma ciò che disvela il metalinguismo della videocamera non è un semplice fantasma, bensì un demone, alla maniera dell’ormai consacrato Blair Witch Project, che pare abbia “infestato” la casa, i due fidanzati e la copia stessa del film. Il film si basa infatti sull’antichissimo archetipo del “found footage movie”, ossia della pellicola che viene ritrovata dopo che i fatti raccontati sono accaduti. Già nella storia della letteratura molti autori si sono avvalsi dell’espediente del manoscritto perduto e ritrovato per dare verosimiglianza e credibilità alla loro narrazione e pare che funzioni ancora. Soprattutto se abbinato ad una delle nostre paure più ancestrali: cosa succede attorno a noi mentre dormiamo? Questo genuino senso dell’attesa angosciosa, della paura e dell’impotenza non sarebbe stato comunque sufficiente a generare un fenomeno commerciale planetario se la fortuna non ci avesse messo del suo e non avesse fatto trovare una copia del film a Steven Spielberg. Il quale, pare si sia spaventato a tal punto che abbia dovuto interrompere la visione del film e riprenderla in un secondo momento alla luce del giorno. Inoltre, credendo che la sua copia fosse in qualche modo “posseduta” (eventi inspiegabili?), sembra che l’abbia scaricata nelle mani della Dreamworks, sia partito il passaparola e il resto è storia. Marketing o realtà? Ciò che è reale in questa storia sono i 100 milioni di dollari incassati dal film al box office e migliaia di spettatori letteralmente impazziti. Niente di artistico, in verità, per stessa ammissione del regista debuttante, ma i pareri del nostro pubblico sono altamente contrastanti: molta curiosità ha fomentato gli animi degli spettatori affamati di adrenalina, molta delusione ha attanagliato altri all’uscita delle sale, altri ancora sottolineano l’importanza scientifica degli studi sul soprannaturale, taluni infine hanno gridato al viral marketing e allo sfruttamento economico delle paure di massa. Ma non vale il detto “Basta che funzioni”? Quello che conta, in questi casi, è l’esperienza della visione, che forse durerà più dei suoi 99 minuti. Sogni d’oro.
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