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LA (NUOVA) DIMENSIONE DI AVATAR
E LA METAFORA ECOLOGISTA DELL’OLOCAUSTO AMERICANO

di Silvia Martelli

Recentemente il mondo intero ha tremato per il virus della nuova influenza AH1N1, un nemico invisibile e inarrestabile, che ha fatto gridare all’armageddon globale tutte le fonti di informazione. Parallelamente, il mondo intero è stato colpito dalla Avatarmania (l’Italia francamente un po’ in ritardo, poiché l’uscita della nuova creazione di James Cameron è stata posticipata per lasciare un po’ di respiro commerciale alle proposte natalizie locali), e questa è stata un’influenza ancor più virale: 2.042.741.709 di dollari di incassi planetari in soli due mesi, più di 38 milioni di euro soltanto in Italia, 414 copie in 3D sulle 932 totali distribuite sul 100% del territorio nazionale. Le sale cinematografiche di tutto il mondo  hanno subito delle velocissime trasformazioni per ospitare questa gallina dalle uova d'oro, ma hanno anche reso fruibili le versioni in 2D per arginare il flusso di spettatori impazienti e paganti che hanno affollato le sale. La versione in 2D, ovviamente, per i tutti coloro i quali non si sono premuniti del biglietto (maggiorato) diverse ore prima. In Abruzzo il film è stato messo in programmazione in 21 sale, di cui ben 10 attrezzate per il 3D, in 13 cinema. Un milione e mezzo di spettatori italiani, con o senza gli occhiali di corredo, hanno ammirato stupefatti per due ore e 40 minuti il mondo creato dall’immaginario fantasy del regista di Titanic, che segna una svolta epocale nella campo dell’innovazione tecnologica cinematografica. In primo luogo, la macchina da presa 3D utilizzata è costituita da due obiettivi mobili in modo da regolare la messa a fuoco nello spazio per creare più profondità; la stessa scena è ripresa dai due obiettivi, in modo da simulare il funzionamento degli occhi umani, e le due riprese vengono proiettate in sincrono attraverso un proiettore digitale D-cinema, creando la visione di immagini stereoscopiche. Questa illusione ottica, però, nei nostri cinema tradizionali non viene fruita al 100%, perché, come dire, la nostra vita reale (il bordo dello schermo, la testa dello spettatore davanti a noi, ecc.) appare purtroppo in 2D. Pertanto, un po’ di delusione c’è stata. In seconda istanza, il film vede per la prima volta il sistema del facial performance replacement, che rielabora virtualmente l’atto recitativo degli attori e può modificare mimica e labiale in maniera illimitata. Di conseguenza, gli umanoidi Na’vi, abitanti del mondo parallelo Pandora, hanno una recitazione così realistica e coinvolgente da raggiungere un grado di interazione impressionante con gli umani (americani) dell’altro mondo. Infine, da sottolineare l’uso della tecnologia Simulcam, un monitor dove elementi reali e virtuali sono sovrapposti, invenzione che ha permesso al regista di utilizzare i materiali in simultanea, senza successive manipolazioni al computer. Insomma, dopo 10 anni di lavoro, Avatar è arrivato nelle nostre sale e ha rivoluzionato scientificamente il nostro concetto di irreale. Ma cosa c’è al di là di tutta questa (sorprendente) abilità tecnica?
La sceneggiatura vede un’equipe di studiosi e marines americani di stanza a Pandora, un altro pianeta, un mondo perfetto, incantevole, puro, i cui abitanti vivono in perfetta simbiosi con la natura, ricreare in laboratorio degli altri sé, degli avatar, appunto, perfettamente simili agli indigeni, per facilitare l’integrazione e la conseguente sottomissione economica. Gli ignari Na’vi, infatti, non sanno che nel sottosuolo del loro villaggio si nasconde un giacimento di un minerale preziosissimo per le tecnologie umane. La storia si sviluppa in maniera prevedibile seppur senza falle narrative, e vede il marine reso invalido dalla guerra (e quindi outsider nel proprio paese – Jake Sully/Sam Worthington) recuperare l’uso delle gambe attraverso il suo avatar, essere accettato dalla tribù, trovarsi una compagna (Neytiri / Zoe Saldana) e passare dalla parte dei buoni, cioè della popolazione locale che tanto ricorda gli indiani d’America e che vuole salvare la propria terra e la propria cultura. Il tutto, permeato da una intensa atmosfera ecologista e new age, tanto in voga negli Stati Uniti. La dicotomia buoni/cattivi (dove i cattivi ricordano i militari di Apocalypse Now) è un po’ spinta all’eccesso, anche quando è accompagnata dal sacrificio personale di un personaggio femminile (Grace Augustine /Sigourney Weaver) appassionato e impegnato nella sua crociata ambientalista contro le mire colonialiste statunitensi, cronaca di un eccidio annunciato. Il messaggio è buono, il film funziona nella sua messinscena di spettacolarità, ma, purtroppo, ciò che buca lo schermo è solo il 3D.


 

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